mercoledì 22 febbraio 2017

Mona honoris causa

Per festeggiare la presentazione di ieri de L'osmiza sul mare (grazie ai presenti!) pubblichiamo il racconto del fungo, letto ieri in anteprima.
Grazie a Massimo Tuttotrieste per la foto del cartel che se trova a Santiago de Compostela.
Qua le altre anteprime: Arsalan, genio moderno; La leggenda del pirata arciere; Nosepolis e Bondeifemo, città dei pro e dei contro.


MONA HONORIS CAUSA
il racconto del fungo

Comunicazione sindacale di nomenclatura regnicola.
Il regno dei funghi dichiara piena solidarietà a se stesso per le continue discriminazioni alle quali viene quotidianamente sottoposto dagli altri regni, in particolare da quello animale, in particolare dalla classe dei mammiferi, in particolare dall’ordine dei primati, in particolare dalla specie Homo sapiens. Cattivi.
Riportiamo, a titolo di esempio, alcune intercettazioni captate dai nostri servizi segreti, utilizzando dei piccoli microfoni ambientali di nostra invenzione che l’Homo sapiens ha successivamente copiato denominandoli “cimici”, unendo così al danno del furto di tecnologia la beffa del nome, derivato dal regno animale e non da quello dei funghi. Cattivi.

Intercettazione A
Homo sapiens 1: - Ciao, sai che ho un animale?
Homo sapiens 2: - Ma dai! Che bello! Sarà carinissimo! Mostramelo che me lo spupazzo un po’!

Intercettazione B
Homo sapiens 1: - Ciao, sai che ho un pianta?
Homo sapiens 2: - Ma dai! Chissà che bella ed elegante, mostramela!

Intercettazione C
Homo sapiens 1: - Ciao, sai che ho un fungo?
Homo sapiens 2: - Oddio!!! Dove??? Non sarà mica contagioso? Non toccarmi! Andiamo subito in ospedale, devi assolutamente farti vedere!

Come si può notare, il regno dei funghi subisce un trattamento ingiusto e penalizzante rispetto a quello degli animali e delle piante. Cattivi.
Chiediamo dunque una revisione della nomenclatura, atta a garantire d’ora in poi un maggior rispetto della nostra dignità di individui bisognosi di attenzioni, coccole e belle parole. Sia dunque messa al bando la parola Funghi. Per indicare il nostro regno d’ora in poi si utilizzerà unicamente il nome Miceti, che ci garantirà finalmente un trattamento pari a quello del regno degli animali, come da esempio.

Esempio A
Homo sapiens 1: - Ciao, sai che ho un miceto?
Homo sapiens 2: - Un micetto? Ma dai! Un piccolo micio! Ma che carino!!! Dove? Mostramelo!

Per quanto riguarda gli altri due regni, Protisti e Monera, che per millenni hanno fatto i finti tonti pur di non venir discriminati (ed infatti la maggioranza dei presenti li avrà sentiti nominare oggi per la prima volta), proponiamo che vengano riuniti in un unico regno, denominato Mona.
Oltre che per la somiglianza con il nome Monera, l’etimologia del nuovo regno dei Mona si basa sul famoso detto triestino “far el mona per no pagar el dazio”, ovvero esattamente “fare i finti tonti”.
Infine, a parziale risarcimento dei danni morali fino ad oggi inflitti al nostro regno, chiediamo che anche l’Homo sapiens sia da oggi aggregato al regno dei Mona.
Un mona honoris causa.


Bon, e adesso non vi resta che andare a comprare l'osmiza sul mare e regalarlo a tutti!
Se no anche voi sarè mona honoris causa! :P

L'Osmiza sul mare lo trovate in tutte le librerie di Trieste e Bisiacaria a 10 euri.
Oppure comodamente online a questo link.
O anche in formato ebook.



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lunedì 13 febbraio 2017

I importanti studi de Mona

Gnente.
Insoma...
I ne segnala sto importante studio giornalistico dela mulona Mona Chalebi.
Che con un nome cussì no podeva finir de nissuna altra parte che in una rubrica del titolo "Lettere dalla vagina". Beh, iera el suo destin. 
Volevimo in efeti intitolar sto post "Letere dela Mona" ma ne pareva poco elegante.



Ma la roba bela xe che nel documentario -che non gaverè cazz... voia de vardar tuto (ve conossemo)-, compari anche el mulo Harvey KATZ, che altro no pol dichiarar se non "sono nato per avere orgasmi".



Colaborator de Mona chi podeva esser se non: Gregorio Cocal.


Eco.
Gnente. 
Xe cussì perfeta tuta sta roba che la par quasi finta.
La scienza no finirà mai de stupirne.
Grazie a Giorgio Sperne per la segnalazion.


lunedì 6 febbraio 2017

Giapponesi in un'osmiza sul mare

Giapponesi in osmiza. E non una qualsiasi, ma propio una Osmiza sul mare!
Per bon!
Una television giaponese ga fato sto bel documentario a Trieste. E dove i xe andai?
In Osmiza, ovio! :)
Notar la presenza ala fine de Beps che ga sonado el tram de Opcina per lori. Mitico.
E dopo el ghe ga fato aprezar tuto el cd dela galina con tre teste (che tra l'altro desso se trova anche su itunes qua).
Ben fata, osmiza internescional!




mercoledì 1 febbraio 2017

Le mudande bagnade fa cagarse de fredo

Fuori piove.
Ocio.
Fortunatamente la scienza viene come al solito in nostro aiuto.
Ecco lo studio scientifico (vero) che dimostra che star cole mudande bagnade te fa cagar indosso de zima.


In pratica Bakkeviq e Nielsen hanno testato quattro paia de mudandoni (cotone, lana, polipropilene e doppio strato lana-polipropilene) su otto persone che dovevano stare fermi 60 minuti coi mudandoni bagnai.
Hanno valutato la temperatura della pelle, del busdel e la perdita di peso. Hanno inoltre raccolto le indicazioni soggettive delle persone. Tipo porconi e insulti probabilmente, robe cussì.
Il risultato (che sorpresa!) è che più sotile xe la mudanda, più zima te ga. Meo de tuto quele de lana e polipropilene.

Attirati da questo importante studio, abbiamo ritenuto doveroso approfondirlo e controllare che non ci siano stati bias (errori di sbaglio) nella progettazione.
Tipo: tra le otto persone c'era un furlan? Tutti sanno che i furlani sono onnipotenti di fronte alla pioggia, per cui sicuramente no ghe gavessi fato un baffo.
Tuttavia, essendo furlan, avrebbe porconato lo stesso, quindi casin e studio a remengo.

E' stato poi valutato il SPF (Scorezoni Prot Factor) degli otto candidati? Perché è evidente che chi può asciugarsi le mutande a scoregge risulta avvantaggiato.

E una volta valutato che andar in giro cole mudande bagnade fa zima, è stata proposta una metodologia per no bagnarse el cul? Perché ricordiamo il famoso detto:
Chi che nassi sfortunà
ghe piovi sul cul anche stando sentà.

Insomma no xe facile.
Urgono copiosi investimenti per approfondire questo importante studio dei muloni Bakkeviq e Nielsen. Deneli e femo noi tuto.


Monon Behavior in the world. La rubrica dedicata ai più importanti studi scientifici VERI che ci hanno praticamente rubato. Maledeti ciò.

Bon, e adesso non vi resta che andare a comprare l'osmiza sul mare e regalarlo a tutti!
Se no ve pioverà sul cul anche in osmiza! :P

L'Osmiza sul mare lo trovate in tutte le librerie di Trieste e Bisiacaria a 10 euri.
Oppure comodamente online a questo link.
O anche in formato ebook.




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giovedì 19 gennaio 2017

Dieci cose da fare a Trieste con la Bora

Visto che la Bora non molla, non ci resta che elencare le dieci imperdibili cose da fare in questi giorni ventosi.

I DIECI MUST DELLA BORA DI TRIESTE

  1. Essere il primo a recitare la magica formula "No xe più la bora de una volta".
  2. Recitarla per secondo ma argomentarla scientificamente, dando la colpa al rimboschimento del Carso che frena la sua potenza, il che vi permette di chiudere l'affermazione con un saccente "Una volta iera tuto campagna". Combo vincente.
  3. Sfidare il vostro avversario di sempre nella classica pisciata dal Molo Audace e sfruttare l'effetto doping della bora. Ocio solo a no sbaiar lato.
  4. Osservare gli scooter distesi resistendo alla tentazione di tirarli su, tanto ricadrebbero di nuovo. Se i ga deciso de farse un spavin, lasseli in pase.
  5. Partecipare alla caccia al tesoro degli scovazoni. Dove i xe finidi tuti?
    foto da scovazoni de Trieste.
  6. Scoreggiare in libertà tanto non si sente né il rumore né l'odore.
  7. Lanciare pane ai cocai per vedere se riescono a prenderlo al volo anche con la bora e accorgersi che a cibarsene sono invece i colombi di Piazza San Marco a Venezia.
  8. Portare il proprio cane a spasso e ritrovarsi con un nuovo modello di aquilone fighissimo (che ingruma un casin).
  9. Fare windsurf con lo skateboard. Only for superheroes.

  10. Stare a casa a leggere un bel libro al caldo. Tipo quel libro fighissimo dal titolo Le disgrazie del tran de Opcina. [Pubblicità non occulta :D]

  11. Bonus: telefonare a quelli della Wind e dirghe che no i xe nissun perché a Trieste gavemo la Bora che ghe da straze!

E per restar agiornado cole monade, iscrivite ala monadesletter:


martedì 17 gennaio 2017

La leggenda del pirata arciere

Eccoci! Per festeggiare il quinto posto da dicembre nella classifica della narrativa italiana in Friuli Venezia Giulia pubblichiamo una nuova anteprima ciolta da L'Osmiza sul mare, il bellissimissimo 'ssai roba figon spaziale che bel che bel libro che trovate in tutte le librerie di Trieste, Bisiacheria, e da questa settimana anche Udine e Gorizia (Ubik, Feltrinelli, Cormons, San Daniele, Cividale... insomma in giro un poco partuto!), nonché online a questo link. O in ebook qua.
Ecco la storia di Julian Raven, il temibile pirata arciere capace di affondare qualsiasi nave con una sola freccia. Daghe! Salpa anche tu sulla Freccia della Morte!
(P.S. Chi non avesse letto le altre anteprime, eccole: la storia di Arsalan, genio della lampada moderno, e la storia di Nosepolis, città del No se pol.)


LA LEGGENDA DEL PIRATA ARCIERE
Il racconto del marinaio

- Che mi prenda un colpo se quello non è... nostromo! Prenda una scialuppa e vada sulla spiaggia a recuperare quel pezzo di legno, subito!
Questo fu l’ordine che il comandante mi diede, molti anni fa, quand’ero imbarcato su un mercantile che faceva rotta tra l’Inghilterra e le piccole Antille. Quel giorno, poco dopo, sarei venuto a conoscenza di una storia di mare, navi, capitani, frecce e amore. Di quelle che ci raccontiamo noi marinai, la sera, davanti a un bel boccale di birra con in sottofondo nient’altro che il rumore delle onde e dei gabbiani in volo. Preparate i calici, perché stasera anche voi brinderete al mito di Julian Raven, il temibile pirata arciere!
Ciò che ero stato mandato a recuperare su quella spiaggia altro non era che un banalissimo cuore inciso in una corteccia d’albero. Al suo interno, due iniziali, J e S. Il comandante lo guardò, soddisfatto, e un sorriso comparve in quel suo viso altrimenti perennemente austero.
- Lei è molto giovane, - mi disse - e probabilmente non sa cosa abbiamo trovato oggi. Questo cuore racchiude in sé una delle più belle leggende del mare, un tempo conosciuta da tutti, ma ormai quasi completamente dispersa nell’oblio delle correnti. Questa sera raduni l’intero equipaggio sul ponte, perché è giunto il momento che qualcuno ne onori la memoria.
E così, quando fummo tutti riuniti, il comandante iniziò il suo racconto.

Vi è stato un tempo in cui andar per mare non era sicuro come oggi. Tutte le principali rotte commerciali pullulavano di pirati, pronti al saccheggio anche per il più misero bottino. Tra questi, il più temuto era Julian Raven.
Aveva lunghi capelli corvini e occhi glaciali, che non lasciavano trasparire alcuna emozione. Se ne stava lì, in silenzio, con l’arco in mano, in piedi sulla polena della nave. Sull’albero maestro sventolava il suo Jolly Roger, riconoscibile perché sotto al teschio, al posto delle ossa, aveva due frecce. Ma quando riuscivi a distinguerle era già troppo tardi. Julian Raven aveva già scoccato il suo dardo, e il destino della tua nave era segnato.
Nessuno era mai riuscito a scoprire il segreto nascosto nel suo arco. Si parlava di qualche sorta di patto col diavolo, di qualche maledizione voodoo, di stregoneria, di magia nera. Sta di fatto che bastava una delle sue frecce per affondare qualsiasi tipo di imbarcazione. Il tutto senza che vi fosse alcun danno visibile allo scafo. La nave, semplicemente, diveniva sempre più cupa e pesante, quasi avvolta da un’aura nera di morte, finché, in breve, iniziava inesorabilmente ad affondare. Giusto il tempo che bastava ai suoi uomini per depredarla, fuggire e lasciare i sopravvissuti in balia dell’oceano. Questo era il modus operandi di Julian Raven, il Pirata Arciere, e la sua fama aumentava giorno dopo giorno, freccia dopo freccia, bottino dopo bottino, cadavere dopo cadavere.
Finché, un giorno, qualcosa cambiò. Perché in tutte le storie che si rispettino arriva sempre qualcosa che muta il corso degli eventi, che fa cambiare verso alla ruota del destino.
La Sea Mauler era la nave più potente della marina militare inglese. Un vascello di primo rango con centoventi cannoni distribuiti su tre ponti. Una fortezza galleggiante, ottocento uomini di equipaggio armati fino ai denti, utilizzata per le missioni più delicate e a rischio.
Quel giorno, la Sea Mauler stava scortando il nuovo governatore di Barbados sull’isola. Un uomo scelto per la sua fedeltà alla corona, ma anche per la sua spietatezza verso i contrabbandieri, di cui Barbados in quel periodo era piena, con grave danno economico per gli affari inglesi. Il viaggio si era rivelato tranquillo e senza imprevisti di sorta, probabilmente a causa del timore che la sola sagoma di quella nave incuteva. Si trovavano ormai a poche decine di chilometri dalla meta quando, dalla coffa, l’uomo di vedetta scorse l’inconfondibile Jolly Roger della Freccia della Morte, la nave di Julian Raven.
Lui era già lì, sulla polena, l’arco teso pronto a sfidare la Sea Mauler senza alcun timore. Bastava solo trovare il punto giusto da colpire. Ogni nave aveva un punto debole, uno solo, e lui sapeva trovarlo e centrarlo anche da quella distanza.
Ma quel giorno, proprio nel momento in cui stava per scoccare la freccia dannata, con la coda dell’occhio vide qualcosa di inaspettato. Vide capelli biondi che scendevano liberi e sinuosi, come la sagoma di un delfino nell’acqua. Vide un volto dai tratti delicati, armoniosi e leggeri come il volo di una sterna. Vide gli occhi di chi stava osservando il mare. Due occhi in cui l’infinità del mare si rifletteva, perdendocisi dentro. Due occhi così profondi da poter contenere tutte le meraviglie del mare, e forse anche di più. Due occhi di donna.
Sul ponte della nave inglese c’era una donna. La figlia del governatore, Sheryl Lyon. La donna più bella che Julian Raven avesse mai visto. E quegli occhi incrociarono il suo sguardo, pur essendo così lontani. E fu un attimo. La scintilla esplose, e Julian ne fu travolto. Esattamente nel medesimo istante in cui la Freccia della Morte fu travolta dai colpi generati da altre scintille, quelle dei cannoni della Sea Mauler.
Il pirata arciere venne catturato assieme a tutti gli uomini della sua ciurma. Mentre lo portavano, ammanettato, nelle celle sottocoperta, passò accanto a Sheryl così vicino che i loro corpi si sfiorarono, e ne avvertì il profumo, dolce come il frutto della maracuja. Lei, affascinata dalla sua nobile postura e dallo sguardo imperturbabile, non poté fare a meno di chiedersi come un uomo così bello potesse celare un animo così malvagio.
La notizia della cattura di Julian Raven fece in breve tempo il giro dei sette mari. La sua pubblica esecuzione fu il primo atto firmato dal nuovo governatore di Barbados, che non si era fatto scrupoli a negargli la possibilità di un regolare processo, visto lo straordinario ritorno di immagine che quella storica impiccagione poteva dargli.
Ma non aveva fatto i conti con la curiosità della figlia.
Sheryl ben presto si recò nelle prigioni, ancora ammaliata dalla misteriosa figura del pirata e desiderosa di conoscerne la storia. E così lui le raccontò di una vita fatta di assalti, ruberie, morti, tradimenti, navi affondate, tesori sepolti e tutto ciò che di peggio può esserci nella carriera di un pirata che si rispetti.
Mentre parlava, tuttavia, si rese conto che non lo faceva più con il solito animo freddo e distaccato con cui aveva affrontato mille battaglie, ma che qualcosa di nuovo lo stava avvolgendo, qualcosa che non conosceva. Gli occhi di lei riflettevano le sue parole, rimandandogli indietro tutte le sofferenze che aveva causato, e lui non poté fare a meno di rimanerne profondamente turbato. Finché sul viso di Sheryl comparve anche una lacrima. Lui la prese e la osservò. Quanto dolore poteva essere contenuto in quell’esile goccia, che ora stava scivolando via dalla sua mano? Quante nefandezze poteva racchiudere e portare con sé quel minuscolo oceano salato?
Poche ore lo separavano ormai dall’esecuzione. Lei, ancora scossa dai suoi racconti, prese coraggio e volle chiedergli di svelarle l’ultimo dei suoi segreti, la magia nascosta nel suo arco. Lui rispose che l’avrebbe rivelato solo in cambio della libertà. Sheryl lo guardò, conscia di trovarsi al cospetto di un pirata assassino con un passato dalle mille colpe, ricercato da tutte le autorità del mondo conosciuto. Ebbe però l’impressione che il suo sguardo fosse diverso, che quella lacrima avesse lavato via tutti i delitti, e che ora nei suoi occhi si vedesse la trasparenza di un animo puro. Decise di fidarsi, e aprì la cella.
Julian la prese per mano e scapparono, assieme, rifugiandosi in un bosco lì vicino. Inseguiti in breve dalle guardie, trovarono riparo dietro un vecchio albero, giunto ormai alla fine dei suoi giorni, ma che ancora si ergeva con dignità e fierezza. Lì trattennero il respiro, in silenzio, rimanendo così per un tempo che pareva interminabile. E i loro corpi e le loro labbra, così vicini, conclusero ciò che già era iniziato nel loro animo fin dal primo sguardo.
Fu allora che lui le svelò il segreto. Prese un coltello e incise sull’albero un cuore, e dentro vi disegnò le loro iniziali. Una J e una S. Esatto. Il pezzo di corteccia che abbiamo appena ritrovato sulla spiaggia.
- Il mio arco - le disse - colpisce le navi dritte nel cuore. Non affondano, muoiono. Il legno di ciascuna nave apparteneva ad un albero, e di questo conserva la storia. Per ognuno di essi esiste un punto dove qualche essere vivente ha lasciato il proprio messaggio d’amore. Un nido, una carezza, una tana, un bacio. Quello diventa il cuore dell’albero, e pulsa di vitalità. Colpisci quel punto, e l’albero morirà. E con esso qualsiasi nave.
Sheryl annuì.
- Quindi questa incisione ora è il cuore di quest’albero, e il suo legno porterà sempre con sé la forza del nostro amore. Chissà, magari un giorno con esso costruiremo la nostra nave, per poi salpare e vivere liberi nel mare.
Non ci crederete, ma fu proprio così. Perché il destino è tutt’altro che cieco, e spesso adora trasformare una bella storia in una vera e propria leggenda. Il vecchio albero, neanche avesse sentito le parole della ragazza, cadde quella notte stessa, quasi a offrir loro il proprio servigio. Nel medesimo istante, i due fuggitivi raggiunsero la costa orientale dell’isola, ricca di falesie, scogliere a picco e grotte nascoste, battuta da fortissimi venti atlantici e perciò evitata come la peste dalle rotte navali. Qui, sentendosi ormai al sicuro, decisero di mettersi alla ricerca di un giaciglio protetto dove trascorrere la notte.
Ben presto però i due si accorsero di non essere soli. Cinque robusti uomini di colore, avvicinatisi col favore delle tenebre, li circondarono, per poi scortarli all’interno di una grotta, senza proferire parola.
Stavolta entrambi prigionieri, Sheryl e Julian giunsero in un’ampia sala sotterranea, illuminata da un grande fuoco posto proprio al centro, dove ad attenderli c’era quello che probabilmente era il capo di quella piccola comunità. Erano schiavi, evidentemente riusciti a fuggire in qualche modo e ora insediatisi in queste grotte. Stiamo parlando degli anni in cui una grossa fetta dell’economia dei paesi coloniali si basava sulla tratta di questi uomini, tanto che Barbados, la cui popolazione indigena era ormai estinta, era stata ripopolata proprio con gli africani impiegati nelle piantagioni di zucchero. Cotone, stoffe e rum partivano poi periodicamente dal Nord America e dall’Europa, destinati a finire in quella parte dell’Africa occidentale divenuta tristemente famosa come la Costa degli Schiavi. E così il cerchio si chiudeva.
I tre si trovavano ora faccia a faccia. Al capo bastò uno sguardo per rendersi conto che la ragazza che lo fissava altri non era che la figlia del governatore dell’isola. Sicuramente una ghiottissima occasione per poter barattare la sua vita con la propria libertà. Julian invece gli era sconosciuto, evidentemente la sua fama di pirata non era ancora arrivata fino ai ranghi più bassi della popolazione. Illuminato solo dal tenue rossore del fuoco, in silenzio lo osservava, pensieroso, valutando cosa fare di quell’uomo dagli occhi di ghiaccio.
La tensione del momento fu interrotta da un boato improvviso, che fece tremare la volta del sotterraneo. Una cannonata, cui presto ne seguì un’altra, e un’altra ancora, seminando il panico tra i presenti, che si misero a fuggire in tutte le direzioni, come in un formicaio impazzito.
Approfittando dello scompiglio, Julian eluse la sorveglianza degli africani e corse fuori dalla grotta. Si arrampicò su uno degli scogli più alti, da dove poté vedere l’origine delle esplosioni. Una nave inglese, della ricca flotta dei mercanti di schiavi. Evidentemente si erano accorti che qualcuno era riuscito a fuggire ed erano venuti a riprenderselo, prima che la notizia si diffondesse troppo, andando a minare l’onore e la reputazione della compagnia.
Senza pensarci due volte, Julian tese l’arco e scoccò il dardo che portò morte da una parte ed eterna riconoscenza dall’altra.
La nave s’inabissò, ormai priva della propria anima, mentre un caloroso abbraccio accolse il pirata al suo rientro. Il capo degli schiavi ora nei suoi occhi vedeva la luce della libertà. E questa poteva avere una sola forma: quella di una nave con cui salpare.
Recuperarono il legno dell’albero caduto e si misero immediatamente al lavoro. In poche settimane nacque la Libertà Alata, un’imbarcazione più piccola della Freccia della Morte, l’ideale per non dare troppo nell’occhio, ma veloce come il demonio. Il legno della chiglia, nonostante l’età, era incredibilmente resistente ed emanava una sorta di energia che gli africani non riuscivano a spiegarsi, ma che Julian e Sheryl, che ne conoscevano il segreto, capivano bene.
Così iniziò la seconda vita di Julian Raven. Il suo arco ora non serviva più a razziare e depredare, ma si ergeva a difesa dei più deboli contro i soprusi dei governi europei. Sheryl, che aveva visto con i suoi occhi quel mondo seguendo le tappe della carriera del padre, conosceva benissimo le rotte degli scambi, e ben presto la loro nave divenne l’incubo delle potenze coloniali.
 Le flotte dei mercanti di schiavi subirono moltissime perdite, al punto che la maggior parte delle compagnie fallirono o furono costrette a cambiare attività e, spinte dall’entusiasmo generato da quell’ondata di improvvisa libertà che si stava via via diffondendo, numerose furono le insurrezioni spontanee che si conclusero con la vittoria. A detta di molti, la Libertà Alata ebbe un ruolo fondamentale nella fine dello schiavismo, che qualche decennio dopo sarebbe diventato solo un triste ricordo.
Ma, come tutte le storie più belle, anche quella di Julian Raven giunse all’epilogo.
La sua freccia, un giorno, incontrò la chiglia che la respinse. Una chiglia mai stata testimone di alcun gesto d’amore. Una chiglia fredda, priva di alcuna emozione, che mai era nata, mai era cresciuta e mai aveva vissuto. Una chiglia inerte, incapace di empatia con le altre creature. Erano iniziati i tempi delle navi di ferro.
Nessuno seppe più nulla di Julian, Sheryl e della Libertà Alata. Scomparirono del tutto da un giorno all’altro. Qualcuno li dette per morti, qualcun altro disse che scelsero di trascorrere gli ultimi anni della loro vita su un’isola anonima, in pace. I tempi moderni, in fondo, non erano più adatti a lui e alla sua storia. Qualcuno mise addirittura in dubbio la loro esistenza, e la veridicità di questo racconto. Ma c’è anche chi è pronto a giurare, forse dopo una bottiglia di rum di troppo, che ancora oggi il fantasma di Julian Raven navighi in questi mari e che la forma ad arco dell’arcipelago delle Antille altro non sia che un chiaro omaggio di madre natura alla sua leggenda.

Quando il capitano ebbe finito il suo racconto, una stella cadente passò esattamente sopra il ponte della nostra nave, lasciandosi dietro una scia così luminosa da sembrare vicinissima, quasi da poterla sfiorare con un dito. Eppure non vi nascondo che io, e con me molti altri, pensammo che quella non fosse affatto una stella, ma una freccia scoccata dall’arco di Julian Raven, pronta a fare la sua comparsa in cielo ogni volta che qualcuno ne narri le gesta. Chissà se anche oggi, quando usciremo da questa osmiza, alzando gli occhi verso le stelle potremo godere di questo spettacolo. E ora in alto i calici, alla memoria del pirata arciere e del grande cuore della Libertà Alata!


Bon, e adesso non vi resta che andare a comprare l'osmiza sul mare e regalarlo a tutti!
Se no ala prossima Barcolana ve troverè de fianco Julian Raven!

L'Osmiza sul mare lo trovate in tutte le librerie di Trieste e Bisiacaria a 10 euri.
Oppure comodamente online a questo link.
O anche in formato ebook.



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Bora a Trieste: ode al vento del Nord Est

Bora a 130 e ciapili. Qual buon vento! Una delle migliori occasioni per rispolverare lo studio sulla Bora pubblicato nel Tre Volte Monon Behavior.
P.S. Prestissimo grandi novità a riguardo della saga Monon Behavior :)


Bora suffing: Ode to the East-North East Wind

DIEGO MANNA
Monon Behavior Research Department


Abstract
The Bora is one of the principal aspects that characterize the city of Triest. This wind suffs really forton and is loved by all the triestins, apart when they make sazie culatades on the ground. We measure the power of this wind in various location of the city in order to mapizar the best places where tourists can enjoy its enchantment, cagand themselves indoss for the zime and svoland away.

Key words: dark side, Chewbacca, largo pestalozzi, bira, Percy Bysshe Shelley


Introduction
bora a Trieste
Pupol by Erika Ronchin
In literature the Bora is described as “an aspect of the circulation at mesoscale of the low atmosphere, correlated to a gradient of pression between the continental entroterr and the sea, in which the continental air, more dense and sutt of the maritime air that is being substituted from it, tend to ciapar speed for catabatic effect and assumes costant direction derived from orografy” (Refolo, 2001). After several session of spritzettes and great mental sforzes, we are squasi squasi convinted that this description means that “the Bora is a wind, dei, that suffs from East-North East, ciò”. Obviously the two most important words of this definition are “dei” and “ciò”.
The Bora is a very important peculiarity of the city of Triest, so important that every time that the Bora suffs at more than 100 km/h the national television channels make a service about it (some persons think they always recycle the same service), while in the rest of the year no one has pel cool Triest, and think it is in Slovenia, in Croatia, in Jugo, in Remengo, or near Trento, just after the bridge.
There are two types of Bora: the light Bora, that suffs with the sun, and the evil dark side of the Bora, called the dark Bora, that has been corrupted by the emperor Palpatine and Darth Vader, and that suffs with the malefic rain (Lucas, 1977). When the dark Bora suffs, it is very very longhi and even Chewbacca batts brockes.
However, the light Bora has a symbolic importance for some old Austroungaric nostalgic: they say that the Bora, that suffs circumcirca from the direction of the old Austroungaric empire, ports with it the sun, the nice weather and the prosperity. Instead, the wind that suffs from South-West, like “that maledet barc in 1918”, ports piova, sand and scovazzes (Patoco, 1936).
Bon, we have stufated ourselves of this long introduction and go ahead. The aim of this study is to mapizar the best places in Triest where the Bora suffs, in order to encourage tourists to visit the places where they can cagar themselves indoss for the zime and svolar away without paying the airplane ticket.


Material and methods
To perform our study, we use the solit first person scoionament sampling method (Manna, 2009a), cazzeggianding in various streets during the days of light Bora. During the days of dark Bora, we stayed at home watching from the window the ribaltanding vecionis, because no semo miga mone. To measure the power of the Bora, we used a highly scientific scale based on various varianting variables. If the variable was present, we assigned a bonus to the local Bora power as indicated in table borin. If the Bora was not present, we used the table Borout, that is not allegated in this study.

Variable
Bonus
Veces ribaltaded on the ground
+10, +15 if they scream “remengo!”
Rivoltated umbrellas
+2, +5 if the umbrellas are “anti-wind” tech
Porcons emitted
Depends on porcon type
High CTF muletes' cotoles upraised
+3 and a golden medal to the Bora!
Low CTF muletes' cotoles upraised
-2, stupid Bora cisba
Car doors divelted
+5, +7 if the owner of the car is triestin
Scoverciated scovazonis
+2, +3 if the scovazzes fly away
Capotated scooters
+2, +4 if the scooter was moving, special prize to the owner if the scooter has the parabrezz
Sradicated trees
Depends on tree type
Svolanting cats
+5, +7 in case of cats sgionfated by gattares, +10 if the thing svoling is Chewbacca
Table borin. Bonus assigned to Bora power in presence of different conditions.

However, there is a big malus that must be applicated to the formula: if one of the vecionis in zone exclaims the pearl of saggezz “No xe più la bora de una volta”, all the bonuses assigned must be instantly removed, because the vecionis knows her long (la sa longa, dei).


Results
bora a Trieste
Fig. Burian. Bora obtaining a +3 bonus.
We had a big number of data, but at the end of the study the Bora raised the cotole of a really high CTF girl (Fig. Burian), we distracted ourselves and opened the car door without tegnir it and it svoled away against a vecia, ribaltanding her (she screamed “remengo!”). As our data sheets were in the car door, they svolazz away and were all eaten by Chewbacca, that was svoling in the vicinanz. This happened in Largo Pestalozzi, so we know that this place has a Bora power of +38.
However, even without our important data, we remember that the best places to see the Bora resulted (together with the succitated Largo Pestalozzi):
- The Molo Audace: ex molo San Carlo, rinominated Audace after the arrive in 1918 of the incrociator Audace, that audacement won its battle against the Austroungaric Bora that tried to suff it away (Patoco, 1936). Now the Molo Audace is used by mulonis for their pissing challenges (Manna, 2009b), and some expert mulonis sfrutt the Bora as a doping effect to pissar more lontan. Some inexpert mulonis, instead, piss from the wrong side of the Molo and slavazz all their bragonzes. If the Molo is iazated, you have a good 90% of probability to finir in the water.
- The sacket: the porticiol where the Bora, suffing, makes a very nice percussion concert with the trees of the boats.
- Via dela Bora: the origin of its name is not sure, but some researchers, after long long long anthropological meteoropatical evoluzionistic darwinistic nematocistic studies are squasi squasi convinciuted that this street is named in honour of the strong Bora wind that suffs here. Other biraiolic scientists are instead convinted that the original name of the street was “Via dela Bira”, but when the toponomastic was digitalized an imbriagon impiegat have sbagliated boton and struckated “o” instead of “i”. The proof is that in the QWERTY computer tastieres the two botones are very close. The same impiegat became famous years later for an important particin in the film “Balle Spaziali”: he was the tiratore scelto Stronzo (Note gopelcool).
- Via mulino a vento: a long time ago, people built in this street a mulin a vent to sfrutt the power of the Bora to make some works. When the Bora scoverted this plan, she exclaimed immediately “Fart a moment! You are scoregiated in the head! Go to remeng vostr! If I wanted to work I would suff in Friul! Mole me!”. The Bora sbregated the mulin from the ground and remengated it in the sea.
- Via San Nicolò: San Nicolò lived here, but a long time ago the strong Bora of this street took him away, adiritur fin Bari. Now only the bronzeus Umberto Saba resists here, but the dispettous Bora has stolen his pipe.
- The “Sella della Bora”: in Val Rosandra, at the feet of Monte Carso. The legend tells that the Bora was a nymph of the Carso. When people killed her lover, she was very incazzated and began to suffs against men, becaming a witch. Now she lives closed in a cave, but when she collects enough power she comes out and suffs for 3 (or 6, or 9) days. Maybe the legendary cave is in the “Sella della Bora”, keep all dear...
Other hot spots are: Bag's Square, Unity Square and Redbridge Square. All that finish with “Square”, dei. For this reason, some Cesareragazzian researchers think that a lot of Bora suffed also over the head of Roby Of Square, stealing in the years all his fluent cavelada.

Discussion
O wild East-North East wind,
Thou that sufianding make always casin
Shall your big power put the clouds in baul
And leave a big rain scassar the Friul!

Some academic scassamarones would objectate that this is not a discussion, but we do not gavem pel cool. There is not much thing to discuss dei, the best places of Bora suffing are listed in the results. However, we can contar you some more monades:
A long time ago in the middle of the Gulf of Triest there was a very nice island, with very nice beaches where all the mulones made a lot of clanfas. But, pian pianin, that island was suffed away by the Bora, until the island reached its final destination, very very far away. That island is, obviously, Bora Bora. This story is confirmated by the fact that Bora Bora is grouped in the “Isole Sottovento” (Really! Search in Wikipedia if you do not believe ah!).
Other: the Bora is the cause of the high madness rate of triestins.
Even the calmest triestin is always a little imborezated, a term clearly derived from the name of the wind. Some furlan researchers are convintutis that this is caused by the many sazie culatades that triestins take because of the Bora. As they suppose that triestins ragion with the cool, they say that all these culatades are like many colps in the head, so triestins become cofes (Friko, 2004).


Conclusion
There are many places in which the Bora suffs with all her majesty, but we think the more batuted are Largo Pestalozzi, Via della Bora and the Molo Audace, even if the record belong to the Noghere with 212 Km/h on the legendary 10 March 2010. However, the wise vecionis of the city say that no xe più la Bora de una volta, so we think we must be fully finanziated to search where this mona de Bora de una volta has gone. We hypothize that she has gone to cazzegiar to Bora Bora, so we need to go there at least for one month to find her.


Note gopelcool: this citation needs great culture of monades. To understand it watch this:






Acknowledgements
We thank the Bora for upraising the high CTF mulettes' cotoles and for suffing away the spuzz of the Ferriera.
We thank Chewbacca for his very important dialogues. And thanks also to Rutto from Balle Spaziali.


References
Friko V.E. 2004. Triestins and triesticolis: evolutionary convergenzes. Homo furlanutis 2: 3-6.
Lucas G. 1977. The dark side of the Bora. Star wars nerd alert 12: 2-5.
Manna D. 2009a. Miramare-Opicina: a preliminary study on the best bicycle way. Monon behavior Vol. 69 No. 90: 6-8.
Manna D. 2009b. Molo Audace pissing challenges: best tactics. Monon behavior Vol. 69 No. 90: 22-25.
Patoco T. 1936. Se stava meo co che se stava pezo. Austroungaric nostalgies 2: 12-15.
Refolo F. 2001. Me refo del refolo col fiasco de refosco ma dopo vedo fosco e me infrasco int'el fresco. Bora chronicles 12: 2-3.


Bon, e adesso non vi resta che andare a comprare l'osmiza sul mare e regalarlo a tutti!
Se no la bora ve porterà via con Chewbacca!

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